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I dipinti di Arvin Golrokh. Serie Bicharegan

Amin Bozorgiyan, 2026

Le opere della serie Bicharegan mi hanno colpito per una qualità visiva straordinaria. In queste opere incontriamo figure umane avvolte in un alone di ambiguità. E questa ambiguità, nella pittura di Golrokh, non è casuale: parla di una certa rinuncia, una rinuncia alla conoscenza, alla possibilità stessa di sapere.

In un'epoca in cui tutti sembrano parlare incessantemente di rinuncia, in cui l'idea è diventata quasi un luogo comune, questa retorica mi sembra perlopiù falsa. Se esiste una rinuncia autentica, essa riguarda il conoscere e il riconoscere, o piuttosto il riconoscere la condizione che il pittore stesso ha chiamato bīčāragī, miseria, e alla quale ha dato il nome di Bicharegan, i miserabili. Esiste, in realtà, una rinuncia autentica: la rinuncia delle altre classi, di coloro che non vivono questa condizione ma ne sono soltanto spettatori. Solo questa è una rinuncia vera: noi non possiamo, non abbiamo accesso, non abbiamo la possibilità di conoscere davvero la loro condizione.

La parola francese malheur è l'equivalente più vicino a questa bīčāragī. La sua radice risale al latino miser, che significava cattiva sorte. Ma quando nel passato si parlava di cattiva sorte, si intendeva un destino funesto segnato da dio, dalla natura, persino dagli astri. Nell'età moderna, invece, questa parola si è legata direttamente alla posizione sociale, a una condizione prodotta dai rapporti che governano le vite. Quando oggi sentiamo cattiva sorte, pensiamo ai meccanismi che hanno costruito quella condizione per un individuo o per un gruppo.

La rinuncia alla conoscenza, alla comprensione della condizione dei miserabili, nelle opere di Golrokh si manifesta attraverso figure avvolte nell'ambiguità. Quei colori scuri, quegli strati spessi e aggrovigliati trasmettono un senso preciso: il senso della violenza sui corpi, della rovina, dell'angoscia che si è depositata su questi spazi e su questi corpi.

Anche il gesto del pittore è per questo motivo visibilmente violento: si abbatte sulla tela con durezza, i colori si mescolano in modo brutale e dichiarato. Ricorrere all'espressionismo per rappresentare questa condizione di miseria non mi sembra una scelta arbitraria, al contrario, è intelligente e necessaria. Non siamo davanti a figure completamente cancellate, e questo è un punto decisivo. Questi corpi, queste figure, possiamo vederli, ma in modo indistinto, non con nitidezza. I colori e l'ambiente trasmettono questa indeterminatezza.

Questa presenza ambigua ci dice che i miserabili non sono un'astrazione, un concetto. Hanno una materialità concreta, esistono, sono visibili, eppure restano avvolti in un alone di indeterminatezza, come se li guardassimo attraverso un vetro appannato. Le figure di queste opere parlano proprio di questo: pur essendo visibili, dipinte con colori netti, restano comunque indeterminate.

Questa indeterminatezza rimane in noi, nello spettatore. I miserabili sono testimoni di una condizione, sembrano il residuo di qualcosa: le figure nelle opere di Golrokh trasmettono proprio questa ambiguità, questi corpi appaiono come ciò che è sopravvissuto, sopravvissuti a una condizione che li ha separati dalla dignità umana, da ciò a cui ogni essere ha diritto, da una vita degna. Questi colori scompigliati per rappresentare l'ambiente, e questi corpi, al primo contatto trasmettono una sensazione apocalittica.

I miserabili, che li si intenda come i poveri, o come i sopravvissuti a un genocidio, hanno corpi che per gli spettatori sono irriconoscibili. La distanza di classe e la continua separazione che la loro rappresentazione mediatica produce li ha trasformati in qualcosa di irriconoscibile, indistinto, residuale. E questa residualità, questa indeterminatezza, è presente in questa serie. Il pittore mostra qui la propria intensità emotiva di fronte a questa condizione, la propria insoddisfazione, attraverso la stessa combinazione di colori e il modo in cui il pennello si abbatte sulla tela.

Il pittore è visibilmente furioso e sfinito, e le opere riflettono questa furia e questo sfinimento. Parla di una condizione in cui qualcosa di straordinariamente reale è stato trasformato in un fenomeno astratto, parla dell'astrazione di ciò che è più concreto di qualsiasi altra cosa. Ne siamo testimoni. Abbiamo persino la possibilità di incontrare i miserabili per strada, di toccarli. Abbiamo continuamente visto le loro immagini nei media, le loro fotografie. Ma queste cose chiaramente concrete, materiali, reali, di cui tutti siamo testimoni, di cui tutti conoscono la condizione e la miseria, sono state mantenute in uno stato di astrazione, restando fenomeni astratti. Ed è questo il punto: esiste una rinuncia, una rinuncia a riconoscerli, a conoscerli. Questa rinuncia non è volontaria. È il prodotto di una separazione.

L'immagine degli affamati è forse l'esempio più potente di questa condizione: quelle stesse immagini che abbiamo visto mentre Israele affamava con la forza gli abitanti di Gaza. Dobbiamo ricordare come è stato il nostro incontro con loro, e il loro con noi. Come ci siamo confrontati con loro, alla fine? Ci siamo trovati di fronte a un'inquadratura, a immagini indistinte su cui non potevamo soffermarci più di qualche minuto, a volte qualche secondo. Persino i social network ci avvertivano: non guardare queste immagini, stai attento, proteggiti. E poi quei corpi distrutti, miserabili, chiaramente miserabili, venivano immediatamente ricondotti a un programma politico: trovare una soluzione al conflitto, fare da mediatori per un piano politico, la soluzione a due stati, gli Accordi di Abramo, e ricadevano nell'assenza di senso, nell'astrazione, nell'irraggiungibilità.

Li abbiamo attraversati in fretta. Non era possibile fermarsi su di loro, concentrarsi. I dipinti di Golrokh sono la rappresentazione di questo stesso incontro, l'incontro tra spettatori e l'ambiguità che avvolge questi corpi e la condizione dei miserabili. Sono, a mio avviso, la messa in immagine di cose che sono davvero, profondamente reali, ma che sono state rese astratte.

Se il compito dell'arte, lungo tutta la sua storia, è stato in larga misura quello di dare materialità all'astratto, di cercarlo, catturarlo, dargli forma, in questi dipinti questo rapporto si è rovesciato. I dipinti di Golrokh sembrano parlare di una realtà che è stata deliberatamente resa astratta.

Amin Bozorgiyan Sociologo

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