← Texts

Decomporsi

Franco Berardi, 2026

La decomposizione dei corpi ossessiona l'inconscio contemporaneo, soprattutto nel mondo bianco, dove i corpi senescenti perdono memoria, e si aggirano in una nebbia di depressione e di tristezza. Perciò l'opera di Arvin Golrokh ha un'attualità inquietante.

Molti riferimenti impliciti e non importa quanto consapevoli a momenti dell'arte del passato lontano e recente, da Francisco Goya, a Francis Bacon.

Ma Arvin Golrokh si deve leggere alla luce del presente, e il presente è questo intreccio di decomposizione (dei corpi) e disintegrazione (dei sistemi).

Viktor Sklovskij dice che la poesia ci permette di vedere finalmente quel che vediamo ogni giorno senza vederlo.

Nei suoi dipinti Arvin Golrokh va dritto al punto che ogni giorno ci sforziamo di non vedere: la decomposizione.

La decomposizione dei corpi è parallela alla disintegrazione degli ordini sistemici.

Da un paio di decenni l'ordine geopolitico globale si disintegra.

La conseguenza è una corsa inarrestabile agli armamenti.

Si disintegra l'ordine climatico, restringe lo spazio abitabile del pianeta, e aumenta l'aggressività, si producono sempre più armi sempre più si sprofonda nella guerra.

Integrazione è la coesione dinamica di elementi diversi, culturali, tecnici, amministrativi. Solo questa integrazione rende possibile la vita sociale, e rende possibile il funzionamento di un organismo biosociale.

Ma ora appare chiaro che i diversi elementi della vita sociale occidentale non possono più convivere, non possono più integrarsi neppure conflittualmente.

La mente occidentale è in piena decomposizione: lo chiamano brain-rot.

Il regista Ari Aster ha messo in scena questa decomposizione della mente occidentale nel film Eddington, western dell'epoca iperconnessa.

E le parti di cui è composta la società occidentale non sono più in grado di funzionare insieme.

Come è possibile convivere con il regime mafioso razzista di cui Donald Trump è il padrino? Le Università si sono piegate ai diktat del regime, sono state colpite finanziariamente, umiliate culturalmente.

Ma se si scorre l'elenco delle dieci università che secondo criteri di produttività scientifica si considerano le prime dieci nel mondo, otto sono cinesi, una tedesca e una sola americana: Harvard, che come sappiamo è stata sottoposta all'Inquisizione e pubblicamente umiliata.

Quanto a lungo può reggere una società integrata quando le università devono obbedire alle norme dell'Inquisizione? Non molto.

La disintegrazione è inarrestabile, ma non la vediamo perché il nostro sguardo è distratto.

Però non possiamo ignorare la decomposizione dell'organismo sensibile e cosciente. Non possiamo ignorarla perché sta investendo il nostro corpo, e ci investe, ci corrode, ci toglie la forza di reagire.

Arvin Golrokh mostra insieme la decomposizione e la disintegrazione come in Bugonia fa Lanthimos, il regista che negli ultimi anni ha immaginato l'estinzione del genere umano. L'estinzione non è là in fondo, lontano, è qui, e si sta svolgendo sotto i nostri occhi, ma i nostri occhi sembrano incapaci di vedere.

Come possiamo vedere il nostro venir meno, il dissolversi demente della stirpe di cui siamo parte?

Golrokh sembra sapere che la ragione umana è oggi interamente dedicata a distruggere, che la disintegrazione degli ordini sistemici provoca una decomposizione del corpo umano e del cervello umano.

Per questo dipinge disperatamente: sa che il processo si è fatto inarrestabile.

Nei lunghi interminabili e per ora interminati giorni del genocidio che con cura scientifica Israele ha messo in scena nella striscia di Gaza il decomporsi dei corpi è stato oggetto della nostra visione quotidiana.

Israele è una macchina di morte intenta a sviluppare le intuizioni scientifiche del dottor Joseph Mengele, il torturatore scientifico che le imprese di Tsahal sembrano imitare, cercando la perfezione tecnica dello sterminio.

Dopo l'abominevole messa in scena della pace coloniale con cui il presidente degli Stati Uniti d'America ha imposto ai suoi alleati israeliani di sospendere le operazioni belliche contro il corpo di due milioni di persone, è iniziata l'operazione della consegna degli ostaggi.

La stampa di tutto il mondo è stata inondata dalle immagini e dai resoconti relativi al ritorno dei venti ostaggi sopravvissuti agli stenti, alla fame, alle malattie, ma soprattutto ai bombardamenti israeliani.

Delle migliaia di ostaggi palestinesi (perché di ostaggi si tratta, per la maggior parte, non di prigionieri legalmente detenuti) si è parlato e si è visto molto meno.

Ma chi li ha visti sa che i corpi in decomposizione denunciano nel loro silenzio le torture che hanno subito per mano dei loro sequestratori. Chi ha visto i corpi martoriati dice che molti avevano le mani legate e un colpo alla nuca li avrebbe terminati.

In questi giorni, nei giorni in cui scrivo questa pagina dedicata all'opera di questo artista iraniano che vive in Italia, il tema dominante è quello degli ostaggi morti che Hamas si è impegnata a restituire, ma non sono rintracciabili.

Si trovavano in stato di detenzione in qualche tunnel, o in qualche appartamento di uno dei villaggi o delle città della striscia. Provo a immaginare la loro angoscia quando si intensificava il rumore dei bombardamenti che si svolgevano là fuori.

In quei bombardamenti morivano intere famiglie, pazienti di ospedali, bambini rannicchiati in qualche angolo tra le macerie. Negli stessi bombardamenti sono morte anche donne e uomini che Hamas aveva sequestrato nel corso del pogrom del 7 Ottobre 2023.

Quanta gente dorme il suo sonno eterno sotto quella distesa di mattoni, di sabbia, di oggetti carbonizzati?

Quanto tempo occorrerà per localizzare un parente, un amico, un amante di cui si persero le tracce chissà quanti mesi fa, o un bambino che i genitori persero di vista durante una fuga precipitosa da un quartiere cannoneggiato da un carro armato di Israele?

Il decomporsi dei corpi rende le salme irriconoscibili, ma il decomporsi parla.

È così nei grandi dipinti di Golrokh, che sembra trasferire nei colori e nei neri il silenzioso urlo dei torturati, dei deportati, e degli affogati.

© 2026 Arvin Golrokh | Site by Filippo Anzivino