Questo progetto nasce da una serie a cui tengo molto, intitolata بیچارگان. In persiano significa "i miserabili", ma il termine non riguarda soltanto la povertà: indica una condizione sociale più profonda. Non semplici vittime, ma esclusi dal ciclo del potere, destinati a essere dimenticati. Sono coloro che subiscono la storia senza poterla mai scrivere: genocidi, violenze sistematiche, illusioni di supremazia.
Le figure che dipingo non sono solo corpi spezzati, ma testimoni di un mondo in cui le rovine non sono soltanto materiali, ma strutturali. Portano i segni di questa condizione: volti corrosi, corpi fratturati, presenze che sembrano dissolversi nel tempo. Non sono soltanto frammenti del passato — parlano dell'oggi: di un presente che continua a generare emarginazione e rovina.
Non è un green screen.
Non è una simulazione, non è una performance digitale. È carne, è polvere, è sangue che cade davvero — non in uno studio, non per Netflix. Eppure guardiamo come se fosse fiction, con quell'attrazione sporca che ci hanno insegnato gli schermi.
La visibilità non salva: paralizza. Trasforma il dolore in contenuto, la distruzione in abitudine. Ci resta addosso un senso di colpa sterile, giusto abbastanza per sentirci migliori. Intanto il massacro continua — altrove, ma in diretta.
E questo non è un green screen.
Frantz Fanon scriveva che al colonizzato è stato tolto perfino il diritto al ricordo: tutto ciò che era, prima della conquista, è stato dichiarato falso o mostruoso. L'ordine coloniale non si limita a opprimere — organizza la disgregazione, fa in modo che l'uomo non si riconosca più nei suoi simili. Ma nel punto più oscuro della miseria, scriveva ancora, si annida la possibilità di un nuovo inizio: l'uomo dei margini, l'uomo senza nome, porta in sé la memoria di tutto ciò che è stato negato. È da questa memoria spezzata che può nascere un nuovo sguardo sull'umano.
Non so se l'arte possa cambiare la realtà. So che può cambiare il nostro modo di percepirla. E questo è già una forma di intervento.
Arvin Golrokh *2025* La citazione di Fanon è rielaborata dall'autore a partire da: Frantz Fanon, I dannati della terra, cap. I "Sulla violenza", trad. Carlo Cignetti, Einaudi, Torino 2007, pp. 46-51.